Solvitur ambulanda
N.B.: Il presente blog non costituisce testata giornalistica, né ha carattere periodico, essendo aggiornato in base a come pare a me. Pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale, ai sensi della Legge n. 62 del 7-03-2001.
venerdì 1 giugno 2012
Lettera al terremoto
Ricevo e condivido la lettera di un cittadino del comune di Calderara di Reno (BO), scritta parafrasando un monologo di Carlo Lucarelli. Semplicemente bellissima.
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Gentile Sig. Terremoto,
c'è una cosa che non hai capito della mia terra, ora te la racconto:
c'è una cosa che non hai capito della mia terra, ora te la racconto:
Per
chiamarci non basta una parola sola: Emilia Romagna, Emiliano Romagnoli, ce ne
vogliono almeno due; e anche un trattino per unirle, e poi non bastano neanche
quelle.
Perché siamo tante cose, tutte insieme e tutte diverse, un inverno continentale, con un freddo che ti ghiaccia il respiro e un'estate tropicale che ti scioglie la testa, e a volte tutto insieme come diceva Pier Paolo Pasolini, capaci di avere un inverno con il sole e la neve, pianure che si perdono piatte all’orizzonte e montagne fra le più alte d’Italia, la terra e l’acqua che si fondono alle foci dei fiumi in un paesaggio che sembra di essere alla fine del mondo.
Città d’arte e distretti industriali, le spiagge delle riviere che pulsano sia di giorno che di notte, e spesso soltanto una strada o una ferrovia a separare tutto questo; e noi le viviamo tutte queste cose, nello stesso momento, perché siamo gente che lavora a Bologna, dorme a Modena e va a ballare a Rimini come diceva Pier Vittorio Tondelli, e tutto ci sembra comunque la stessa città che si chiama Emilia Romagna.
Siamo tante cose, tutte diverse e tutte insieme, per esempio siamo una regione nel cuore dell’Italia, quasi al centro dell’Italia, eppure siamo una regione di frontiera, siamo anche noi un trattino, una cerniera fra il nord e il sud, e se dal nord al sud vuoi andare e viceversa devi passare per forza da qui, dall’Emilia Romagna, e come tutti i posti di frontiera, qualcosa prende chi passa e soprattutto chi resta, ad esempio chi è venuto qui per studiare a lavorare oppure a divertirsi e poi ha deciso di rimanerci tutta la vita…in questa terra che non è soltanto un luogo, un posto fisico dove stare, ma è soprattutto un modo di fare e vedere le cose.
Perché ad esempio qui la terra prende forma e diventa vasi e piastrelle di ceramica, la campagna diventa prodotto, e anche la notte e il mare diventano divertimento, diventano industria, qui si va, veloci come le strade che attraversano la regione, così dritte che sembrano tirate con il righello.
E si fa per avere certo, anche per essere, ma si fa soprattutto per stare, per stare meglio, gli asili, le biblioteche, gli ospedali, le macchine e le moto più belle del mondo.
In nessun altro posto al mondo la gente parla così tanto a tavola di quello che mangia, lo racconta, ci litiga, l’aceto balsamico, il ripieno dei tortellini, la cottura degli gnocchi fritti e della piadina e mica solo questo, sono più di 4000 le ricette depositate in Emilia Romagna; ecco, la gente lo studia quello che mangia, perché ogni cosa, anche la più terrena, anche il cibo, anche il maiale diventa filosofia, ma non resta lassù per aria, poi la si mangia. Se in tutti i posti del mondo i cervelli si incontrano e dialogano nei salotti, da noi invece lo si fa in cucina, perché siamo gente che parla, che discute, che litiga, gente che a stare zitta proprio non ci sa stare, allora ci mettiamo insieme per farci sentire, fondiamo associazioni, comitati, cooperative, consorzi, movimenti, per fare le cose insieme, spesso come un motore che batte a quattro tempi, con una testa che sogna cose fantastiche, però con le mani che davvero ci arrivano a fare quelle cose li, e quello che resta da fare va bene, diventa un altro sogno.
A volte ci riusciamo a volte no, perché tante cose spesso vogliono dire tante contraddizioni. Che spesso non si fondono per niente, al contrario non ci stanno proprio, però convivono sempre.
Perché siamo tante cose, tutte insieme e tutte diverse, un inverno continentale, con un freddo che ti ghiaccia il respiro e un'estate tropicale che ti scioglie la testa, e a volte tutto insieme come diceva Pier Paolo Pasolini, capaci di avere un inverno con il sole e la neve, pianure che si perdono piatte all’orizzonte e montagne fra le più alte d’Italia, la terra e l’acqua che si fondono alle foci dei fiumi in un paesaggio che sembra di essere alla fine del mondo.
Città d’arte e distretti industriali, le spiagge delle riviere che pulsano sia di giorno che di notte, e spesso soltanto una strada o una ferrovia a separare tutto questo; e noi le viviamo tutte queste cose, nello stesso momento, perché siamo gente che lavora a Bologna, dorme a Modena e va a ballare a Rimini come diceva Pier Vittorio Tondelli, e tutto ci sembra comunque la stessa città che si chiama Emilia Romagna.
Siamo tante cose, tutte diverse e tutte insieme, per esempio siamo una regione nel cuore dell’Italia, quasi al centro dell’Italia, eppure siamo una regione di frontiera, siamo anche noi un trattino, una cerniera fra il nord e il sud, e se dal nord al sud vuoi andare e viceversa devi passare per forza da qui, dall’Emilia Romagna, e come tutti i posti di frontiera, qualcosa prende chi passa e soprattutto chi resta, ad esempio chi è venuto qui per studiare a lavorare oppure a divertirsi e poi ha deciso di rimanerci tutta la vita…in questa terra che non è soltanto un luogo, un posto fisico dove stare, ma è soprattutto un modo di fare e vedere le cose.
Perché ad esempio qui la terra prende forma e diventa vasi e piastrelle di ceramica, la campagna diventa prodotto, e anche la notte e il mare diventano divertimento, diventano industria, qui si va, veloci come le strade che attraversano la regione, così dritte che sembrano tirate con il righello.
E si fa per avere certo, anche per essere, ma si fa soprattutto per stare, per stare meglio, gli asili, le biblioteche, gli ospedali, le macchine e le moto più belle del mondo.
In nessun altro posto al mondo la gente parla così tanto a tavola di quello che mangia, lo racconta, ci litiga, l’aceto balsamico, il ripieno dei tortellini, la cottura degli gnocchi fritti e della piadina e mica solo questo, sono più di 4000 le ricette depositate in Emilia Romagna; ecco, la gente lo studia quello che mangia, perché ogni cosa, anche la più terrena, anche il cibo, anche il maiale diventa filosofia, ma non resta lassù per aria, poi la si mangia. Se in tutti i posti del mondo i cervelli si incontrano e dialogano nei salotti, da noi invece lo si fa in cucina, perché siamo gente che parla, che discute, che litiga, gente che a stare zitta proprio non ci sa stare, allora ci mettiamo insieme per farci sentire, fondiamo associazioni, comitati, cooperative, consorzi, movimenti, per fare le cose insieme, spesso come un motore che batte a quattro tempi, con una testa che sogna cose fantastiche, però con le mani che davvero ci arrivano a fare quelle cose li, e quello che resta da fare va bene, diventa un altro sogno.
A volte ci riusciamo a volte no, perché tante cose spesso vogliono dire tante contraddizioni. Che spesso non si fondono per niente, al contrario non ci stanno proprio, però convivono sempre.
Tante
cose tutte diverse, tutte insieme, perché questa è una regione che per
raccontarla un nome solo non basta.
Ora ti ho raccontato quello che siamo, non credere di farmi o farci paura con due giri di mazurca facendo ballare la nostra terra, io questa terra l’amo e come mi ha detto una persona di Mirandola poche ore fa… questa è la mia casa e io non l’abbandonerò mai.
Ora ti ho raccontato quello che siamo, non credere di farmi o farci paura con due giri di mazurca facendo ballare la nostra terra, io questa terra l’amo e come mi ha detto una persona di Mirandola poche ore fa… questa è la mia casa e io non l’abbandonerò mai.
M. B.
Leggere quello che ha scritto un abitante del comune di Cento (FE) forse può aiutare il morale a terra a causa del terremoto a risollevarsi un po'.
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EMILIA
Emilia è nel boato sordo nella notte, quello che precede di un istante il terremoto e sveglia anche chi ha il sonno pesante.
Emilia è nel sangue degli operai che, nel tentativo di portare a casa “due lire”, se ne sono andati via. Per sempre.
Emilia è nella tenacia di chi resta. Frustrato e spossato, ma resta.
Emilia è nei morti, nei feriti, negli sfollati, nei disoccupati e nelle occhiaie di chi continua a timbrare il cartellino nonostante le notti insonni, alla costante ricerca di un ritorno alla normalità.
Emilia è nelle lacrime di quelli che hanno perso la casa e/o il lavoro, ma ne hanno anche per commemorare GIOVANNI FALCONE e MELISSA BASSI.
Emilia è nella riconoscenza della vecchietta che si affaccia alla finestra per applaudire un gruppo di volontari armati di guanti e pale e, quando i giovani le rispondono che purtroppo non è stato consentito loro di fare molto, comunque li apostrofa come eroi.
Emilia è nell’orgoglio di chi si rifiuta di far finta di niente e di volger lo sguardo dall’altra parte.
Emilia è nel salame spartito con gli sfollati del campo sportivo.
Emilia è nelle strette di mano, nei calici di Lambrusco e nelle bestemmie ed imprecazioni dei vecchi che continuano a darsi appuntamento al bar, per una partita a carte.
Emilia è nella vetreria che non c’è (più), eppure c’è.
Emilia è nell’altruismo del vicino di casa che ci viene a cercare se non ci vede in strada, dopo la scossa.
Emilia è nella consapevolezza di essere fortunati, nella sfortuna.
Emilia è nella pazienza del giovane che ha sempre tre minuti per fermarsi ad ascoltare l’anziano che magari non ha niente da dire, ma quel niente è tutto quel che gli è rimasto.
Emilia è nel suono di una chitarra e nel profumo di un piatto di fumanti tortellini, nei SOCMEL e negli SCULASON.
Emilia è nella voce rotta dall’emozione dell’amico che ti dice che andrà tutto bene, anche se nemmeno lui sa più a che santo votarsi.
Emilia è nelle immagini che passano in rapida sequenza nella testa mentre fissiamo le pareti della tenda o il finestrino della macchina in cui dormiamo e fuori è buio ma noi, di dormire, non ne vogliamo sapere.
Emilia è nel cuore di chi sa che non c’è niente da ridere, ma trova sempre il modo di strappare un sorriso.
Emilia è nell’ironia di chi si gioca un caffè su epicentro, magnitudo e profondità di ogni singolo evento sismico, perché adesso siamo anche tutti un po’ geologi.
Emilia è nella fantasia con la quale ciascuno di noi ha almeno una teoria sulle cause di questa anomala serie di terremoti: gli esperimenti degli americani, le perforazioni esplorative di Rivara, gli ufo, lo spread, colpa d’Alfredo, il gol di Muntari.
Emilia è nel sisma che apre un nuovo squarcio nel muro e ci violenta l’anima, nel momento stesso in cui iniziamo a pensare che il peggio è ormai alle spalle.
Emilia è nell’angoscia che ci prende quando non riusciamo a metterci in contatto coi nostri cari.
Emilia è nel buonsenso col quale ci tratteniamo dal comporre tutti i numeri della rubrica ad ogni “onda”, per non intasare le linee telefoniche e, così facendo, ostacolare i soccorsi.
Emilia è nella testa di chi pensa che un abbraccio vale più di un iPhone e che c’è vita anche senza SUV.
Emilia è nelle cantonate geografiche di alcuni giornalisti: Bondano, Poggio Recanatico, Finale Emiliana, Poggio Rustico, Sant’Agnese e così via…
Emilia è nella denuncia di qualsiasi tentativo di abuso e tentativo di lucro sul dramma, tramite sciacallaggio, telegiornali “plastificati” e usurai travestiti da venditori di appartamenti, camper e tende.
Emilia è nell’indignazione di fronte alle idiozie vomitate da rappresentanti del popolo che si vantano di essere esponenti di una terra che non esiste, rivelandosi persone piccole come nani da giardino.
Emilia è nel triestino e nel trapanese che, pur abitando a “millemila” chilometri di distanza da casa nostra, ci ricordano quello che altri hanno cercato di farci dimenticare, e cioè che l’Italia è UNA ed INDIVISIBILE.
Emilia è nell’incapacità di una classe politica che non conosce alternative all’esprimere il proprio cordoglio ed all’aumentare il prezzo della benzina.
Emilia è nel sudore di chi potrebbe SFILARE, ma preferisce SPALARE.
Emilia è nella dignità, l’energia, la forza, l’emozione, la preoccupazione e la combattività dei suoi abitanti.
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EMILIA
Emilia è nel boato sordo nella notte, quello che precede di un istante il terremoto e sveglia anche chi ha il sonno pesante.
Emilia è nel sangue degli operai che, nel tentativo di portare a casa “due lire”, se ne sono andati via. Per sempre.
Emilia è nella tenacia di chi resta. Frustrato e spossato, ma resta.
Emilia è nei morti, nei feriti, negli sfollati, nei disoccupati e nelle occhiaie di chi continua a timbrare il cartellino nonostante le notti insonni, alla costante ricerca di un ritorno alla normalità.
Emilia è nelle lacrime di quelli che hanno perso la casa e/o il lavoro, ma ne hanno anche per commemorare GIOVANNI FALCONE e MELISSA BASSI.
Emilia è nella riconoscenza della vecchietta che si affaccia alla finestra per applaudire un gruppo di volontari armati di guanti e pale e, quando i giovani le rispondono che purtroppo non è stato consentito loro di fare molto, comunque li apostrofa come eroi.
Emilia è nell’orgoglio di chi si rifiuta di far finta di niente e di volger lo sguardo dall’altra parte.
Emilia è nel salame spartito con gli sfollati del campo sportivo.
Emilia è nelle strette di mano, nei calici di Lambrusco e nelle bestemmie ed imprecazioni dei vecchi che continuano a darsi appuntamento al bar, per una partita a carte.
Emilia è nella vetreria che non c’è (più), eppure c’è.
Emilia è nell’altruismo del vicino di casa che ci viene a cercare se non ci vede in strada, dopo la scossa.
Emilia è nella consapevolezza di essere fortunati, nella sfortuna.
Emilia è nella pazienza del giovane che ha sempre tre minuti per fermarsi ad ascoltare l’anziano che magari non ha niente da dire, ma quel niente è tutto quel che gli è rimasto.
Emilia è nel suono di una chitarra e nel profumo di un piatto di fumanti tortellini, nei SOCMEL e negli SCULASON.
Emilia è nella voce rotta dall’emozione dell’amico che ti dice che andrà tutto bene, anche se nemmeno lui sa più a che santo votarsi.
Emilia è nelle immagini che passano in rapida sequenza nella testa mentre fissiamo le pareti della tenda o il finestrino della macchina in cui dormiamo e fuori è buio ma noi, di dormire, non ne vogliamo sapere.
Emilia è nel cuore di chi sa che non c’è niente da ridere, ma trova sempre il modo di strappare un sorriso.
Emilia è nell’ironia di chi si gioca un caffè su epicentro, magnitudo e profondità di ogni singolo evento sismico, perché adesso siamo anche tutti un po’ geologi.
Emilia è nella fantasia con la quale ciascuno di noi ha almeno una teoria sulle cause di questa anomala serie di terremoti: gli esperimenti degli americani, le perforazioni esplorative di Rivara, gli ufo, lo spread, colpa d’Alfredo, il gol di Muntari.
Emilia è nel sisma che apre un nuovo squarcio nel muro e ci violenta l’anima, nel momento stesso in cui iniziamo a pensare che il peggio è ormai alle spalle.
Emilia è nell’angoscia che ci prende quando non riusciamo a metterci in contatto coi nostri cari.
Emilia è nel buonsenso col quale ci tratteniamo dal comporre tutti i numeri della rubrica ad ogni “onda”, per non intasare le linee telefoniche e, così facendo, ostacolare i soccorsi.
Emilia è nella testa di chi pensa che un abbraccio vale più di un iPhone e che c’è vita anche senza SUV.
Emilia è nelle cantonate geografiche di alcuni giornalisti: Bondano, Poggio Recanatico, Finale Emiliana, Poggio Rustico, Sant’Agnese e così via…
Emilia è nella denuncia di qualsiasi tentativo di abuso e tentativo di lucro sul dramma, tramite sciacallaggio, telegiornali “plastificati” e usurai travestiti da venditori di appartamenti, camper e tende.
Emilia è nell’indignazione di fronte alle idiozie vomitate da rappresentanti del popolo che si vantano di essere esponenti di una terra che non esiste, rivelandosi persone piccole come nani da giardino.
Emilia è nel triestino e nel trapanese che, pur abitando a “millemila” chilometri di distanza da casa nostra, ci ricordano quello che altri hanno cercato di farci dimenticare, e cioè che l’Italia è UNA ed INDIVISIBILE.
Emilia è nell’incapacità di una classe politica che non conosce alternative all’esprimere il proprio cordoglio ed all’aumentare il prezzo della benzina.
Emilia è nel sudore di chi potrebbe SFILARE, ma preferisce SPALARE.
Emilia è nella dignità, l’energia, la forza, l’emozione, la preoccupazione e la combattività dei suoi abitanti.
domenica 27 maggio 2012
Eurovision Song Contest 2012
Ieri sera su Rai 2 è andata in onda la finale dell'Eurovision Song Contest 2012. Il paese ospitante quest'anno era l'Azerbaijan e la serata con i 26 finalisti si è tenuta nella cornice della Crystal Hall di Baku, la capitale.
Volevo innanzitutto dire due paroline su questo paese. Dopo ogni canzone e prima dell'inizio della successiva andavano in onda immagini (forse un pochino encomiastiche) che volevano mostrare al mondo le bellezze della natura e dell'aerchitettura, la storia, gli usi, i costumi e le tradizioni dell'Azerbaijan. Non metto in dubbio che l'Azerbaijan sia un paese con il suo fascino, ricco di storia, cultura e bellezze, ma molta è la strada ancora da percorrere per quanto riguarda i diritti civili ed umani, per lo meno in base a quello che giunge alle orecchie di persone accorte come me dalla stampa internazionale o dalla stampa critica.
Detto questo vorrei anche confermare che purtroppo in Italia questa tenzone musicale non riceve ancora da parte della stragrande maggioranza delle persone la dovuta attenzione che si meriterebbe, mentre in altri paesi, soprattutto nei paesi scandinavi e nei paesi baltici questa manifestazione è considerata quasi una religione, quasi con la stessa sacralità di una messa. Ad esempio l'Estonia è andata in finale con Ott Lepland e la sua canzone "Kuula", che in estone vuol dire "ascolta". Ecco il video
L'Italia ha comunque schierato un pezzo da novanta, la bella e brava Nina Zilli, che ha cantato Out Of Love (L'amore è femmina). La Zilli si è classificata nona. Ecco il video:
La competizione è stata vinta dalla Svezia, dalla cantante Loreen, con il suo brano "Euphoria". Bella coreografia e bella ragazza, comunque in fatto di bellezza non erano da meno le varie Sabina Babayeva (Azerbaijan), Ivi Adamou (Cipro), Soluna Samay (Danimarca), la grande e sensuale Anggun schierata dalla Francia, la greca Eleftheria Eleftheriou, la rumena Mandinga, la spagnola Pastora Soler e l'ucraina Gaitana.
LINK:
http://www.eurovision.tv/page/baku-2012
Volevo innanzitutto dire due paroline su questo paese. Dopo ogni canzone e prima dell'inizio della successiva andavano in onda immagini (forse un pochino encomiastiche) che volevano mostrare al mondo le bellezze della natura e dell'aerchitettura, la storia, gli usi, i costumi e le tradizioni dell'Azerbaijan. Non metto in dubbio che l'Azerbaijan sia un paese con il suo fascino, ricco di storia, cultura e bellezze, ma molta è la strada ancora da percorrere per quanto riguarda i diritti civili ed umani, per lo meno in base a quello che giunge alle orecchie di persone accorte come me dalla stampa internazionale o dalla stampa critica.
Detto questo vorrei anche confermare che purtroppo in Italia questa tenzone musicale non riceve ancora da parte della stragrande maggioranza delle persone la dovuta attenzione che si meriterebbe, mentre in altri paesi, soprattutto nei paesi scandinavi e nei paesi baltici questa manifestazione è considerata quasi una religione, quasi con la stessa sacralità di una messa. Ad esempio l'Estonia è andata in finale con Ott Lepland e la sua canzone "Kuula", che in estone vuol dire "ascolta". Ecco il video
L'Italia ha comunque schierato un pezzo da novanta, la bella e brava Nina Zilli, che ha cantato Out Of Love (L'amore è femmina). La Zilli si è classificata nona. Ecco il video:
La competizione è stata vinta dalla Svezia, dalla cantante Loreen, con il suo brano "Euphoria". Bella coreografia e bella ragazza, comunque in fatto di bellezza non erano da meno le varie Sabina Babayeva (Azerbaijan), Ivi Adamou (Cipro), Soluna Samay (Danimarca), la grande e sensuale Anggun schierata dalla Francia, la greca Eleftheria Eleftheriou, la rumena Mandinga, la spagnola Pastora Soler e l'ucraina Gaitana.
LINK:
http://www.eurovision.tv/page/baku-2012
martedì 22 maggio 2012
Ci vorrà del tempo...
...prima che la ferita si cicatrizzerà. Le ferite su questa terra d'Emilia sono anche le nostre ferite, ferite di gente che abita questo pezzo di Pianura Padana a queste latitudini.
Lo spavento è stato fortissimo, ci vorrà del tempo prima che riusciremo a dimenticare (ma forse non riusciremo del tutto) quel momento, quegli interminabili 20 secondi in cui una scossa del grado 5.9 della scala Richter ha fatto temere per le nostre vite, ci ha fatto sentire impotenti di fronte all'insensata forza di una natura a volte madre benevola e a volte matrigna cattiva.
Un pensiero deve andare ai morti, in massima parte operai (ma perché ci devono andare di mezzo sempre loro?), gente che quella notte lavorava per guadagnarsi il pane in fabbriche che sono lo specchio della voracità e dell'insensatezza produttivista di un capitalismo che non vuole fermare mai le sue macchine, oppure persone che, semplicemente per un beffardo scherzo del destino si sono trovate lì quella notte, ma avrebbero dovuto essere altrove, e però erano in sostituzione di un collega assente.
Un pensiero affettuoso deve andare ai quasi 5000 sfollati che dormono in tende sotto la pioggia o in alloggi di fortuna. Ancora non si sa quando potranno tornare in possesso delle loro abitazioni, addirittura se potranno rientrare in possesso delle loro abitazioni.
Un pensiero a tutti i volontari, i vigili del fuoco, gli operatori della Protezione Civile, a tutta quella gente che sta lavorando per aiutare queste persone, per farle sentire meno sole, per aiutarle a superare il trauma.
I danni sono incalcolabili, da dove potranno venire i fondi per la ricostruzione? Piango di rabbia a vedere tesori dell'arte e del patrimonio storico-artistico locale in pezzi, le municipalità non hanno denaro da stanziare per il restauro.
Per fortuna nel mio paese non si sono verificati danni, tuttavia la mia mente non smette mai di pensare che l'epicentro è stato a soli 35 km da casa mia, un soffio.
Sono molto triste, tutti noi qui siamo molto tristi. Speriamo di poter spazzare via un giorno molto presto tutta questa profonda tristezza dell'esistenza e tornare a vivere le nostre vite serenamente. Speriamo di poter voltare pagina molto presto e ricominciare da capo. Ho colleghi, amici e loro familiari moralmente a pezzi, soffro per loro e per le difficoltà che stanno esperendo, mi piange il cuore. Ma il sole deve tornare a risplendere nelle nostre vite.
Lo spavento è stato fortissimo, ci vorrà del tempo prima che riusciremo a dimenticare (ma forse non riusciremo del tutto) quel momento, quegli interminabili 20 secondi in cui una scossa del grado 5.9 della scala Richter ha fatto temere per le nostre vite, ci ha fatto sentire impotenti di fronte all'insensata forza di una natura a volte madre benevola e a volte matrigna cattiva.
Un pensiero deve andare ai morti, in massima parte operai (ma perché ci devono andare di mezzo sempre loro?), gente che quella notte lavorava per guadagnarsi il pane in fabbriche che sono lo specchio della voracità e dell'insensatezza produttivista di un capitalismo che non vuole fermare mai le sue macchine, oppure persone che, semplicemente per un beffardo scherzo del destino si sono trovate lì quella notte, ma avrebbero dovuto essere altrove, e però erano in sostituzione di un collega assente.
Un pensiero affettuoso deve andare ai quasi 5000 sfollati che dormono in tende sotto la pioggia o in alloggi di fortuna. Ancora non si sa quando potranno tornare in possesso delle loro abitazioni, addirittura se potranno rientrare in possesso delle loro abitazioni.
Un pensiero a tutti i volontari, i vigili del fuoco, gli operatori della Protezione Civile, a tutta quella gente che sta lavorando per aiutare queste persone, per farle sentire meno sole, per aiutarle a superare il trauma.
I danni sono incalcolabili, da dove potranno venire i fondi per la ricostruzione? Piango di rabbia a vedere tesori dell'arte e del patrimonio storico-artistico locale in pezzi, le municipalità non hanno denaro da stanziare per il restauro.
Per fortuna nel mio paese non si sono verificati danni, tuttavia la mia mente non smette mai di pensare che l'epicentro è stato a soli 35 km da casa mia, un soffio.
Sono molto triste, tutti noi qui siamo molto tristi. Speriamo di poter spazzare via un giorno molto presto tutta questa profonda tristezza dell'esistenza e tornare a vivere le nostre vite serenamente. Speriamo di poter voltare pagina molto presto e ricominciare da capo. Ho colleghi, amici e loro familiari moralmente a pezzi, soffro per loro e per le difficoltà che stanno esperendo, mi piange il cuore. Ma il sole deve tornare a risplendere nelle nostre vite.
lunedì 21 maggio 2012
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