Bologna è una città metropoli di provincia già da un pezzo al di fuori dei cliché buoni della gente. Ha dimostrato e sta dimostrando di essere una città politicamente e culturalmente in caduta libera. Primo, perché non è più in grado di esprimere un sindaco che sia degno di questo nome (e il commissariamento lo sta appunto dimostrando); secondo perché è ormai finito da almeno un ventennio quel fecondo periodo del fare che, a partire dal secondo dopoguerra in poi, aveva creato una municipalità riformista che aveva messo Bologna ai primi posti per innovazione e qualità della vita; terzo perché già da lungo tempo Bologna vive immeritatamente di rendita del suo retaggio di cultura, di immagine di "città dotta" grazie alla presenza dell'università più antica del mondo, ormai non più in grado di creare, di produrre innovazione. Questo nonostante nel 2000 sia stata capitale europea della cultura e sia stata nominata dall'UNESCO città della musica.
Con il finire del 2010 il Teatro Duse, il più prestigioso teatro cittadino unitamente al Teatro Comunale, metterà in scena il suo ultimo spettacolo, dopodiché chiuderà i battenti, rendendo questa città ulteriormente più povera dal punto di vista culturale. Il Duse, il teatro dei bolognesi, è stato colpito dalla sciagurata politica di destra di tagli dei fondi agli enti culturali, ed è costretto a soccombere, anche perché non si è riusciti a trovare nessuna personalità, nessun modo per salvarlo.
Viviamo ormai da più di un ventennio in un clima di beata rassegnazione, di disinteresse, di mancato esercizio del muscolo cerebrale. Sono tempi stanchi, in cui non si riesce ad intravedere il benché minimo spettro di una svolta, di un cambiamento positivo. La gente magari in cuor suo un cambiamento lo auspica pure, ma poi manca la forza di volontà di credere che un cambiamento è possibile attuarlo, se necessario anche con la forza di dimostrare che ci sarebbe anche una moltitudine di gente disposta a lottare per i propri diritti, per ciò che è giusto. Questo atteggiamento delle persone di cui parlo sopra mi rattrista, mi innervosisce. Forse un giorno la gente capirà che è meglio prendere in mano le redini della situazione, piuttosto che continuare a delegare gente indegna che poi - parafrasando in italiano un'espressione idiomatica bolognese - te lo mette nel bisacchino.
Nel frattempo, voi che non siete di Bologna e non la conoscete, sappiate che certe idee e immagini che pensate siano ancora legate alla città sono in realtà vetuste. Ci sono città che si portano dietro uno sciagurato retaggio di cose celebrative ed encomiastiche, come le tristi cartoline con le tre T, che a Bologna sono Torri, Tette e Tortellini.
Citando Guccini, modenese che a Bologna ci ha vissuto lungamente prima di trasferirsi nella sua Pavana, nella zona dell'Alto Reno Pistoiese, tra l'Emilia e la Toscana, Bologna è una vecchia signora dai fianchi un po' molli, col seno sul piano padano e il culo sui colli.
"Oh, quanto eravamo poetici, ma senza pudore o paura, e i vecchi imbariaghi sembravano la letteratura. Oh quanto eravam tutti artistici, ma senza pudore o vergogna, cullati fra i portici-cosce di mamma Bologna [...] Lo sprechi il tuo odor di benessere, però con lo strano binomio dei morti per sogni davanti al tuo Santo Petronio e i tuoi bolognesi se esistono, ci sono od ormai si son persi, confusi e legati a migliaia di mondi diversi [...] Bologna ombelico di tutto, mi spingi ad un singhiozzo e ad un rutto, rimorso per quel che m'hai dato, che è quasi ricordo, e in odor di passato.
(Bologna, dall'album Metropolis, 1981)
Sono finiti i tempi dei biassanòt, della goliardìa e delle osterie di fuori porta, "la gente che ci andava a bere fuori o dentro è tutta morta." (Canzone delle osterie di fuori porta, album Stanze di vita quotidiana, 1974, Francesco Guccini).
Un ciclo si è concluso, portando un senso di disagio, forse anche di paura. Ora si presentano facce nuove, con pensieri e situazioni nuove. Qualcosa è finito, ma ci dobbiamo rendere conto che qualcosa di nuovo sta cominciando e può e deve arricchire le nostre vite, e noi dobbiamo essere pronti, preparati e disposti ad accoglierlo.


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