Solvitur ambulanda
N.B.: Il presente blog non costituisce testata giornalistica, né ha carattere periodico, essendo aggiornato in base a come pare a me. Pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale, ai sensi della Legge n. 62 del 7-03-2001.

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venerdì 15 aprile 2011

DIAMO UN TAGLIO A QUELLE PAROLE IN LIBERTÀ SUI MIGRANTI



I numeri esposti in questo articolo sono evidenti e li pongo alla Vostra attenzione.
Non occorre essere degli statistici, né tantomeno dei tecnocrati in ambito giuridico per comprendere l’aspetto lampante della situazione, ma si può arrivare comunque a fare le stesse deduzioni.
Purtroppo, a forza di alimentare allarmismi ai meri fini propagandistici della politica della paura se ne sentono di tutti i colori.

QUELLE PAROLE IN LIBERTÀ SUI MIGRANTI  di Maurizio Ambrosini 15.04.2011
Dal Nord Africa sono arrivate finora in Italia circa 30mila persone, non certo lo tsunami umano di cui parla il presidente del Consiglio. Dopo aver rifiutato di ratificare tre direttive europee sull'immigrazione, ora invochiamo, a sproposito, la libera circolazione per i migranti cui abbiamo concesso la più debole delle figure giuridiche della protezione internazionale. Tutti i paesi europei hanno irrigidito le procedure per l'ingresso, ma hanno accolto masse di rifugiati ben più consistenti. Invece di autoisolarci, dovremmo cercare di costruire soluzioni condivise a livello europeo.
LO TSUNAMI UMANO
La prima è “tsunami umano”, espressione utilizzata dal premier Berlusconi. E’ stato il culmine mediatico di un crescendo di esternazioni allarmistiche da parte degli esponenti del nostro governo. Mi limito a citare un dato: all’epoca delle guerre balcaniche, negli anni Novanta, l’Italia ha accolto 77mila profughi, perlopiù con la stessa formula giuridica (il permesso di soggiorno temporaneo per ragioni umanitarie) utilizzata per i circa 15mila sbarcati dal Nord Africa accettati ufficialmente nei giorni scorsi. (1) Allora molti si sono integrati, qualcuno è tornato in patria. Il paese non ne è stato travolto. Non si vede perché dovrebbe esserlo oggi, a meno che le proteste degli abitanti dei luoghi dove dovrebbero essere accolti, spaventati dai massimi responsabili della guida del paese, non producano una profezia che si autoavvera.
NOI E L'UNIONE EUROPEA
La seconda parola è “libera circolazione”. Il governo dopo aver promesso pugno duro nei confronti degli sbarcati ha concesso un permesso temporaneo per ragioni umanitarie, la più debole delle figure giuridiche della protezione internazionale. Un ennesimo esempio di contraddizione tra retoriche della fermezza e pratiche della tolleranza, di cui le sanatorie sono l’esempio più noto. Questa volta, però, il governo ha praticato l’ipocrisia a carico di terzi, lasciando intendere che concedendo i permessi avrebbe favorito l’espatrio dei migranti verso la Francia e il resto dell’Europa. Alle proteste dei partner, ha contrapposto il principio della libera circolazione nello spazio europeo. Ha dato tuttavia l’impressione di decidere unilateralmente sull’accoglienza di migranti, obbligando poi i paesi vicini a farsene carico. Sarebbe una paradossale innovazione rispetto agli accordi di Schengen, per i quali solo i cittadini comunitari hanno diritto alla libera circolazione, mentre per gli immigrati da paesi terzi i permessi di soggiorno sono concessi da uno Stato e valgono per il territorio dello Stato che li ha concessi. Né sembrano ricorrere i requisiti per l’attivazione della nuova direttiva europea 55 sulla protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di persone in fuga da guerre o da violazioni dei diritti fondamentali, che in ogni caso andava richiesta prima e non dopo aver concesso unilateralmente i permessi temporanei. Lo hanno concordemente rilevato i nostri vicini, isolando politicamente il governo italiano. Sul quale grava anche un curriculum poco lusinghiero, avendo rifiutato di ratificare ben tre direttive europee sull’immigrazione.
Certo, la vicenda mostra una contraddizione delle politiche dell’immigrazione e dell’asilo nell’Unione europea. Ogni paese vuole decidere in piena sovranità sull’ammissione di nuovi migranti. Normalmente, quando si tratta di collettivi di espatriati in cerca di protezione, se ne fa carico, e questi sono tenuti a rimanere sul territorio di chi li accetta. Possono spostarsi all’estero per brevi periodi, ma rimangono legati al paese che ha concesso loro protezione. Per di più, nel caso attuale, non paiono sussistere per la maggioranza degli sbarcati le condizioni per accedere allo status di rifugiati.
La contraddizione consiste nel fatto che, avendo l’Unione Europea abolito i confini interni, diventa difficile controllare la mobilità transfrontaliera degli asilanti. Di qui le dure istruzioni dei governi francese e belga per cercare di respingere l’infiltrazione dei nuovi arrivati: misure antipatiche ma legittime.
La terza parola è “Europa sorda”. I nostri vicini non sono certo immacolati e la vicenda ci ricorda che tutta l’Europa ha irrigidito le procedure per l’ingresso. Angela Merkel, Nicolas Sarkozy, Josè Luis Zapatero sono attesi da impervie scadenze elettorali e sanno che l’accoglienza non porta consensi. Probabilmente a loro non dispiaceva che l’Italia facesse il lavoro sporco del contenimento dei flussi di richiedenti asilo, compromettendo la propria immagine internazionale negli accordi con la Libia e nei respingimenti in mare condannati dall’Onu.
Ma nello stesso tempo quasi tutti gli altri grandi e piccoli paesi europei hanno accolto masse di rifugiati ben più consistenti della nostra, in termini assoluti e relativi: oltre ai 593mila della Germania, che ce lo ha ricordato, i 270mila della Gran Bretagna, i 200mila della Francia, gli 80mila della piccola Olanda. Contro i nostri 55mila (dato 2009). L’Italia ammette circa 1 rifugiato ogni mille abitanti, la Germania più di 7, la Gran Bretagna quasi 5, Danimarca, Svezia e Olanda tra i 4 e i 9 (dati Unhcr). Nel 2010, i richiedenti asilo sono stati 48.490 in Germania, 51.595 in Francia e 31.875 in Svezia. È arduo invocare oggi la condivisione del carico sociale, dopo averla ignorata per anni. Se si attuasse una redistribuzione proporzionale dei rifugiati, dovremmo accoglierne di più, non cederli ai vicini.
Sullo sfondo campeggia la crisi libica, che sta mettendo in fuga decine di migliaia di persone verso Egitto e Tunisia. Come sempre, i rifugiati vanno verso il paese sicuro più vicino e raggiungibile, in pochi si avventurano per mare su precarie imbarcazioni, ma il protrarsi del conflitto e della precarietà dei campi profughi potrebbe modificare il quadro. Sarebbe il caso di cominciare a costruire una vera politica europea, comprensiva di rientri assistiti e reinsediamenti, in mancanza della quale chi si trova sul confine non può che essere più esposto. Di certo le grida scomposte e l’autoisolamento politico non favoriscono la ricerca di soluzioni condivise.

(1) Forse arriveranno a 20mila se altri verranno identificati e ammessi, rispetto ai circa 30.000 sbarcati stimati. Il decreto sui permessi fissa la data del 5 aprile come termine, stabilendo una scadenza che divide drammaticamente i destini delle persone. I migranti arrivati in seguito dovrebbero essere rimpatriati, salvo che non abbiano diritto di chiedere asilo (i profughi africani dalla Libia, per esempio: si stimano circa 2500 persone provenienti dal Corno d’Africa). Altri, prima e soprattutto dopo il 5 aprile, hanno fatto perdere le tracce. Si stanno verificando in questi ultimi giorni alcune decine di rimpatri al giorno, ma come sempre far coincidere i fatti con le parole, in questa materia, è tutt’altro che agevole. E’ tutt’altro che certo che il governo riesca a rimpatriare per davvero tutti i migranti arrivati dopo il 5 aprile, e non accoglibili in base alle convenzioni internazionali.

giovedì 31 marzo 2011

L'emergenza inventata



Dalla Locride un comunicato: i sindaci di 42 Comuni si sono messi a disposizione per accogliere una parte dei migranti sbarcati a Lampedusa, hanno già individuato i luoghi. Sono lì, aspettano solo un segno dal Viminale. Perché nessuno li ascolta?


Associazione dei 42 Comuni della Locride
Comitato direttivo.
Siamo italiani. Ci sentiamo europei ma nello stesso tempo siamo consapevoli dei
nostri legami indissolubili con tutti i popoli del Mediterraneo.
Il razzismo non fa parte della nostra civiltà che ha visto nei secoli un continuo
proficuo scambio con i popoli che si affacciano su questo nostro mare.
Quanto avviene a Lampedusa ci umilia e ci imbarazza.
Non è questa l’Europa che vogliamo, non è questa la nostra Italia.
La zona Jonica reggina è conosciuta perché, da tanto tempo, comuni come Riace e
Caulonia, sono diventati modelli di accoglienza.
Un'accoglienza che tende non solo a porgere la mano ai disperati che bussano alle
nostre porte, ma che ha come obbiettivo di fondo l’idea - certamente di non facile attuazione - di far rinascere le campagne abbandonate ed i borghi disabitati grazie agli immigrati ed ai rifugiati.
Dinanzi a quanto sta succedendo a Lampedusa e sulle coste dell’Africa non si resti indifferenti. Non ci giriamo dall’altra parte.
Il Comitato direttivo dell’associazione dei 42 comuni della zona Jonica ha deciso di dichiarare la Locride terra di accoglienza.
Non si tratta d’una semplice dichiarazione di principi.
Già abbiamo comunicato che grazie alla sensibilità di alcuni sindaci come quello di Gerace e quello di Antonimina siamo disponibili a che nella nostra zona sorga una tendopoli (che abbia come requisito prioritario la tutela della dignità umana) che accolga gli immigrati. Altri Comuni, tra cui Benestare, hanno messo a disposizione alloggi ed un fabbricato sequestrato alla 'ndrangheta. Altri sindaci hanno dato la propria disponibilità a collaborare.
Numerosi i medici ed i volontari che si sono messi a disposizione.
Molte le cooperative pronte a mettere a disposizione la professionalità maturata nel settore.
Siamo consapevoli di fare solo e soltanto il nostro dovere.
Non dimentichiamo mai chi siamo stati, quanto volte siamo stati noi a bussare a
porte degli altri e quante volte siamo stati invece un rifugio sicuro per altri
popoli.
Vogliamo solo ribadire che la Locride non è terra di mafia.
La Locride è, prima di tutto e innanzitutto, una Terra di civiltà antica, di generosa, di naturale ospitalità!

Presidente del comitato direttivo

lunedì 28 marzo 2011

Vecchio Continente o continente di vecchi?



Il destino dell’Europa sarà quello di non capire più le novità della Storia?


Siamo vecchi, il nostro è un mondo popolato e governato sempre di più da terze età, e sempre meno da gioventù. A volte questo elemento diviene talmente dominante da far invecchiare precocemente le menti di chi ancora ha trent’anni, ma forse anche venti. Le idee avvizziscono e scompaiono nel guscio di un’esistenza fin troppo facile; il desiderio di mettersi in gioco e rischiare qualche cosa in nome di un’ambizione sana si lascia inghiottire subdolamente dalla comodità di ciò che troviamo già pronto in tavola; la voglia di impresa lascia il posto alla maleducazione di pretendere un posticino riservato dentro la società che ci partorisce già incancreniti negli agi. Essere vecchi ha perciò due significati: il primo è quello biologico, il secondo è quello antropologico.

La Storia, quella con la “s” maiuscola, ha un impareggiabile senso dell’ironia. L’errore europeo è quello di cercare di catalogare ciò che accade nel mondo arabo come un qualche cosa di “già avvenuto”, la riproposizione di vicende già viste e riviste. È un errore in cui cadono gli allocchi, oppure un errore di chi non riesce a capire la lingua del proprio interlocutore. O, ancora, un errore dei nostalgici, di chi perciò si è rassegnato al fatto di aver già dato tutto ciò che poteva. Ebbene sì, perché la Storia oggi si sposta, crea i propri artifici al di fuori del luogo privilegiato in cui fino a oggi ha operato, fuori dall’Occidente. Essa parla una lingua che da sempre, volenti o nolenti, ci è estranea. Perché, mentre essa è poliglotta e comunica in tutte le lingue del mondo, privilegiandone a volte una, a volte l’altra, noi siamo vecchietti intrisi del nostro povero e scarno dialetto, vecchi che utilizzano parole obsolete per spiegare cose che con questo dialetto nulla hanno a che fare. Siamo stranieri nei confronti del movimento del mondo, extracomunitari della Storia, e le conseguenze potrebbero essere imprevedibili, molto difficili da accettare.

Ora, la domanda che più volte nel corso della storia ha dato vita a idee nuove, oggi ci suona estranea e fastidiosa: “che fare?”. Ci suona fastidiosa perché non possiamo fare proprio nulla di fronte al voltafaccia della Storia, col nostro confrontare il Muro di Berlino (quando già esistevano le idee e le energie per superare quella terribile fase, in quanto tutti eravamo giovani, forti e belli) con l’ondata araba di cui oggi siamo incompetenti spettatori. Il “che fare?” è un puro gioco di vizio per noi, giacché propriamente non abbiamo la più pallida idea di che cosa debba essere fatto, e anzi: non possiamo farci proprio nulla perché quella vicenda noi non la capiamo. E non la capiamo perché siamo vecchi satiri senza idee, abbarbicati nelle nostre roccaforti antiche di secoli delle quali non possiamo più neanche spalancare le porte visto che ne abbiamo perduto le chiavi.

La Storia, si sa, bussa alla porta dei popoli senza presentarsi, e oggi ha volto il suo sguardo lontano (ma non troppo) da noi, forse stufa della nostra incapacità di agire, di reinventarci nuovamente. Essa avrà il suo corso, che sarà sanguinario e virulento, come sempre, e che creerà condizioni di fronte alle quali saremo impreparati, da bamboccioni viziati quali siamo. Sarà il fondamentalismo a farla da padrone? Oppure si instaurerà un qualche cosa che possa appianare quel campo di battaglia e renderlo fertile di civiltà in breve tempo? Queste domande sono senza senso, visto che a porle è un vecchietto europeo che non riesce a uscire dai propri stupidi confini, un po’ per pigrizia, un po’ per impossibilità. Fatto sta che potremmo essere definitivamente usciti dall’occhio del ciclone, condannati a rimanere spettatori infermi per molto molto tempo, e questo spaventa ancora più di una guerra, ancora più di un popolo che rovescia un despota, sia esso in turbante, o in cravatta e vestito. Poco importa, perché la storia corre sempre nuda, e ancor più, mette chiunque a nudo.

E noi, al contrario di altri che oggi mostrano grande vigore e nessun timore, ci vergogniamo del nostro corpo decrepito e malandato, mostrando persino la paura di una nuova idea, il timore di fronte alla marea della gioventù, il terrore di perdere la nostra povera mediocrità.

Immigrazione: limitata l’apertura degli italiani



I risultati del sondaggio della Fondazione Leone Moressa


L’immigrazione monopolizza il dibattito sociale, alimenta la discussione politica. Gli italiani sono disposti all’accoglienza, ma gli immigrati rappresentano per l’Italia ancora un problema più che una risorsa. La questione immigrazione preoccupa più di un italiano su due (55,1 per cento), per cui viene al terzo posto dopo disoccupazione e criminalità tra i timori dei cittadini del Belpaese. Dall’altro lato emerge un’alta disponibilità a condividere con chi non è italiano la propria vita (dal vicinato alla scuola), nonché il riconoscimento dell’importante ruolo svolto in ambito economico.

Proprio in occasione della settimana contro il razzismo, conclusasi lo scorso 21 marzo con la Giornata mondiale contro le discriminazioni razziali, la Fondazione Leone Moressa ha rivolto alcune domande a 600 italiani, per sondare il loro grado di apertura verso gli immigrati presenti nel territorio, sia dal punto di vista economico che socioculturale. Il 55,1% degli intervistati ritiene molto o abbastanza preoccupante il fenomeno dell’immigrazione. In particolare, sono i cittadini più “anziani” a esprimere le maggiori riserve in merito (quasi sei su dieci). Al contrario, i giovani sembrano essere meno preoccupati (48,3%), ma temono di più la disoccupazione e dimostrano una maggiore sensibilità rispetto alle questioni ambientali.

Componente straniera nella società e nel mercato del lavoro: gli immigrati sono considerati nella maggior parte dei casi sia una risorsa sia un problema (49,7%). Una risorsa in quanto indispensabili per occupare posizioni lavorative che gli italiani difficilmente accettano (anche in periodo di crisi), perché contribuiscono a sostenere il sistema di welfare e ad accrescere la ricchezza del nostro Paese (secondo le stime di Centro studi Unioncamere e Istituto Tagliacarne dal lavoro degli stranieri deriva l’11,1% del valore aggiunto nazionale). La diversità etnica, però, diventa un problema (32,5%) per gli italiani, convinti che gli immigrati assorbano più risorse economiche di quante ne destinino alla finanza pubblica, oppure quando sono considerati una minaccia all’ordine pubblico. Secondo gli intervistati, episodi di discriminazione nei confronti degli immigrati continuano a persistere, e nel tempo sembrano essere addirittura aumentati. In particolare, al Nord e nel Centro sono più avvertiti rispetto alle aree del Meridione, ma è proprio nel Sud che tale tendenza sembra essere in aumento: «La presenza sempre più capillare degli stranieri nel sistema sociale ed economico italiano – affermano i ricercatori della Fondazione Leone Moressa – influisce sul livello di percezione dei cittadini, che valutano il fenomeno migratorio ancora come un problema, più che come una risorsa».

Tuttavia, il rapporto che gli italiani hanno con la componente straniera è duplice: se da un lato considerano gli immigrati la causa dei problemi di sicurezza, dall’altro accettano di buon occhio la convivenza lavorativa e sociale. Probabilmente, quando l’“immigrato” non è un oggetto astratto di discussione pubblica, ma un soggetto che entra a far parte della convivenza pratica e quotidiana (vicino di casa, collega di lavoro o compagno di scuola), allora le cose cambiano e così la percezione, dimostrando come gli italiani si scoprono “inclusivi” nell’esperienza quotidiana. La discussione pubblica è senz’altro utile e necessaria, ma la sfida dell’integrazione si vince sul campo, creando un sistema nel quale le diverse culture possano dialogare e confrontarsi nell’esperienza di tutti i giorni, nel rispetto delle regole, garantendo parità di trattamento e il rispetto dei diritti fondamentali, affinché la diversità sia considerata un valore più che un freno allo sviluppo (anche economico) del Paese.

Istruzione, assistenza sanitaria e lavoro sono le condizioni che secondo gli italiani dovrebbero essere garantite agli immigrati per incentivare e sostenere il processo di integrazione. Alloggio, ricongiungimento familiare, sostegno economico e libertà di culto sono ritenuti fattori secondari. Alcuni elementi consentono, tuttavia, di ipotizzare un certo grado di apertura nei confronti degli stranieri, sia sul lavoro sia sul sociale. Gli intervistati non avrebbero alcun problema a lavorare insieme a uno straniero, né tanto meno a iscrivere i propri figli in una classe dove il 20% di alunni è straniero. Si accetterebbe volentieri anche di avere un vicino di casa immigrato, comunque si è più refrattari ad affittare agli stranieri locali commerciali o appartamenti privati.

sabato 12 marzo 2011

World Theatre Day Message 2011

World Theatre Day, 27 March

Per un Teatro a servizio dell’Umanità
Jessica A. Kaahwa, Uganda


Il raduno di oggi è l’immagine concreta delle immense potenzialità del teatro nel mobilitare le comunità e creare un ponte tra le diversità.

Avete mai immaginato che il teatro potrebbe essere un potente strumento per la pace e la riconciliazione? Mentre le nazioni spendono somme di denaro colossali nelle missioni di pace nelle aree del mondo in guerra, poca attenzione è rivolta al teatro come alternativa di contatto diretto con la gente per la trasformazione e la gestione dei conflitti. Come possono gli abitanti della terra raggiungere una pace universale se gli strumenti impiegati vengono da poteri esterni e apparentemente repressivi?

Il teatro permea sottilmente lo spirito umano avvinto dalla paura e dal sospetto, modificando l’immagine del sé – e aprendo un mondo di alternative per l’individuo e dunque per la comunità. Può dare significato alle realtà quotidiane e nel contempo prevenire un futuro incerto.  Può impegnarsi nelle situazioni politiche delle persone in modi semplici e chiari. Poiché inclusivo, il teatro può mostrare un’esperienza capace di trascendere idee sbagliate avute in precedenza.

Inoltre, il teatro è un mezzo provato per sostenere e far progredire idee che noi tuteliamo collettivamente e per le quali, se violate, siamo disposti a combattere.

Per anticipare un futuro di pace dobbiamo iniziare ad usare strumenti pacifici che cerchino di capire, rispettare e riconoscere il contributo di ogni essere umano nell’impegno a realizzare la pace. Il teatro è quel linguaggio universale attraverso il quale noi possiamo promuovere messaggi di pace e riconciliazione.

Il teatro, coinvolgendo attivamente i partecipanti, può condurre a un’unica anima e decostruire le percezioni precedentemente sostenute e, in questo modo, dare all’ individuo una possibilità di rinascita affinché faccia scelte basate sulla conoscenza e la realtà riscoperta. Per far prosperare il teatro, tra le altre forme d’arte, dobbiamo fare un audace passo avanti inglobandolo nella vita quotidiana, affrontando le questioni critiche relative al conflitto e alla pace.

Il teatro esiste già in territori afflitti dalla guerra e tra le popolazioni che soffrono la povertà cronica o le malattie, con lo scopo di perseguire la trasformazione e il miglioramento sociale delle comunità. C’è un numero crescente di storie di successo in cui il teatro è stato capace di mobilitare il pubblico per costruire una coscienza e per assistere le vittime di traumi post-bellici. Piattaforme culturali come quella dell’International Theatre Institute, che hanno lo scopo di “consolidare la pace e l’amicizia tra i popoli”, già esistono.

È quindi una farsa restare tranquilli in tempi come i nostri, conoscendo il potere del teatro, e permettere che coloro che maneggiano le armi e che lanciano le bombe siano i tutori della pace nel nostro mondo. Come possono strumenti di alienazione diventare allo stesso tempo strumenti di pace e riconciliazione?

In questa Giornata Mondiale del Teatro io mi rivolgo a voi per riflettere su questa prospettiva e per considerare il teatro innanzi tutto come strumento universale di dialogo, trasformazione e miglioramento sociale. Mentre le Nazioni Unite spendono quantità colossali di denaro nelle missioni di pace intorno al mondo, attraverso l’uso di armi, il teatro è una alternativa spontanea, umana, meno costosa e in prospettiva molto più potente.

Anche se non è la sola risposta per portare la pace, il teatro sicuramente dovrebbe essere  incluso tra gli strumenti operativi nelle missioni di pace.


(traduzione italiana a cura del  Centro Italiano ITI )



International Theatre Institute ITI
World Organization for the Performing Arts
UNESCO, 1 Rue Miollis, FR-75732 Paris Cedex 15
iti5@iti-worldwide.org / http://www.iti-worldwide.org/




domenica 26 dicembre 2010

Mare nordico


"Il tempo in cui dimora anche chi non ha casa" diventa per il viaggiatore, che non ne ha dietro a sé nessuna, un palazzo. [...] Gabbiani e città, fiori, mobili e statue campeggiavano sulle loro pareti, e dalle loro finestre entrava luce giorno e notte.

[...] la città è nordica. Ovunque travi e scricchiolii. Tutto qui è netto: il legno è legno, l'ottone è ottone, il mattone è mattone. La pulizia riconduce le cose a sé stesse, le rende sin nel midollo identiche a sé. Così esse acquistano proprietà, non hanno bisogno di null'altro al di fuori. Come gli abitanti di sperduti villaggi montani possono stringere tra loro legami di parentela tali da produrre morte o degenerazione, così le case si sono strette in infausti connubi di scale e spigoli. [...] e il giardino, che certe case borghesi hanno sul davanti, è coltivato così fitto che a nessuno viene l'estro di intrattenervisi. Forse è per questo che qui le ragazze hanno un modo di starsene sulla soglia di casa, di appoggiarsi all'arco della porta, che nel sud è pressoché sconosciuto.

[...] Mentre gli alberi qui si fanno schivi e si riparano dietro a recinti, i fiori invece mostrano una tempra insospettata. Non hanno certamente colori più vivi che nelle zone di clima temperato, anzi piuttosto più pallidi. E però quanto più prepotente spicca il loro colore di contro alle cose intorno! Quelli piccoli, viole del pensiero e resede, sono più selvatici, quelli più grandi, e soprattutto le rose, più importanti. [...] Quando il sole riesce a farsi strada, ogni intimità svanisce. Non si può certamente dire del sole [...] che sia benevolo. Ché esso sfrutta i pochi momenti senza nubi, in cui trionfa il suo dominio, in modo dispotico. [...] E quando il sole arriva, esso soggioga ogni cosa, la strappa, quale sua proprietà, alla notte, chiama all'appello nei giardini i colori; turchino, vermiglio e giallo, la smagliante guardia dei fiori, che nessuna cima ripara con la sua ombra.

[...] un genio architettonico ha presieduto alla fattura delle suppellettili domestiche: armadi, tavoli e letti, fino al più piccolo scanno. E tutte hanno un che di impervio; in esse abita ancora oggi un genius loci: il proprietario a cui esse secoli addietro realmente appartennero.

Le strade [...] sono deserte. E i rouleau dietro le finestre sono abbassati. Dormono gli abitanti? E' mezzanotte passata; da una casa vengono voci, da un'altra rumori di un pasto. E ogni suono che si spande nella strada tramuta questa notte in un giorno non segnato nel calendario. Qui si è arrivati nell'officina del Tempo e si può gettare lo sguardo su quella riserva di giorni non ancora consumati, di cui la terra da millenni si è fatta una provvista su questi ghiacci. L'uomo vive le sue ventiquattr'ore ogni giorno, questa terra solo ogni sei mesi. Perciò le cose sono rimaste così intatte. Non il tempo, non l'uomo hanno contaminato gli arbusti nel giardino senza fiato di vento e le barche sull'acqua immota. Due crepuscoli si incrociano sopra di loro, se ne spartiscono il possesso al pari di quello delle nubi, e ti congedano a mani vuote.




I passi sono tratti da "Mare nordico" di Walter Benjamin, capitolo tratto dal libro "Immagini di città". Le foto ritraggono la costa, il mare e il centro storico della città di Tallinn, in Estonia.

sabato 11 dicembre 2010

Benvenuti nel paese di Tolintalsac


Bologna è una città metropoli di provincia già da un pezzo al di fuori dei cliché buoni della gente. Ha dimostrato e sta dimostrando di essere una città politicamente e culturalmente in caduta libera. Primo, perché non è più in grado di esprimere un sindaco che sia degno di questo nome (e il commissariamento lo sta appunto dimostrando); secondo perché è ormai finito da almeno un ventennio quel fecondo periodo del fare che, a partire dal secondo dopoguerra in poi, aveva creato una municipalità riformista che aveva messo Bologna ai primi posti per innovazione e qualità della vita; terzo perché già da lungo tempo Bologna vive immeritatamente di rendita del suo retaggio di cultura, di immagine di "città dotta" grazie alla presenza dell'università più antica del mondo, ormai non più in grado di creare, di produrre innovazione. Questo nonostante nel 2000 sia stata capitale europea della cultura e sia stata nominata dall'UNESCO città della musica.

Con il finire del 2010 il Teatro Duse, il più prestigioso teatro cittadino unitamente al Teatro Comunale, metterà in scena il suo ultimo spettacolo, dopodiché chiuderà i battenti, rendendo questa città ulteriormente più povera dal punto di vista culturale. Il Duse, il teatro dei bolognesi, è stato colpito dalla sciagurata politica di destra di tagli dei fondi agli enti culturali, ed è costretto a soccombere, anche perché non si è riusciti a trovare nessuna personalità, nessun modo per salvarlo.

Viviamo ormai da più di un ventennio in un clima di beata rassegnazione, di disinteresse, di mancato esercizio del muscolo cerebrale. Sono tempi stanchi, in cui non si riesce ad intravedere il benché minimo spettro di una svolta, di un cambiamento positivo. La gente magari in cuor suo un cambiamento lo auspica pure, ma poi manca la forza di volontà di credere che un cambiamento è possibile attuarlo, se necessario anche con la forza di dimostrare che ci sarebbe anche una moltitudine di gente disposta a lottare per i propri diritti, per ciò che è giusto. Questo atteggiamento delle persone di cui parlo sopra mi rattrista, mi innervosisce. Forse un giorno la gente capirà che è meglio prendere in mano le redini della situazione, piuttosto che continuare a delegare gente indegna che poi - parafrasando in italiano un'espressione idiomatica bolognese - te lo mette nel bisacchino.

Nel frattempo, voi che non siete di Bologna e non la conoscete, sappiate che certe idee e immagini che pensate siano ancora legate alla città sono in realtà vetuste. Ci sono città che si portano dietro uno sciagurato retaggio di cose celebrative ed encomiastiche, come le tristi cartoline con le tre T, che a Bologna sono Torri, Tette e Tortellini.

Citando Guccini, modenese che a Bologna ci ha vissuto lungamente prima di trasferirsi nella sua Pavana, nella zona dell'Alto Reno Pistoiese, tra l'Emilia e la Toscana, Bologna è una vecchia signora dai fianchi un po' molli, col seno sul piano padano e il culo sui colli.

"Oh, quanto eravamo poetici, ma senza pudore o paura, e i vecchi imbariaghi sembravano la letteratura. Oh quanto eravam tutti artistici, ma senza pudore o vergogna, cullati fra i portici-cosce di mamma Bologna [...] Lo sprechi il tuo odor di benessere, però con lo strano binomio dei morti per sogni davanti al tuo Santo Petronio e i tuoi bolognesi se esistono, ci sono od ormai si son persi, confusi e legati a migliaia di mondi diversi [...] Bologna ombelico di tutto, mi spingi ad un singhiozzo e ad un rutto, rimorso per quel che m'hai dato, che è quasi ricordo, e in odor di passato.

(Bologna, dall'album Metropolis, 1981)

Sono finiti i tempi dei biassanòt, della goliardìa e delle osterie di fuori porta, "la gente che ci andava a bere fuori o dentro è tutta morta." (Canzone delle osterie di fuori porta, album Stanze di vita quotidiana, 1974, Francesco Guccini).

Un ciclo si è concluso, portando un senso di disagio, forse anche di paura. Ora si presentano facce nuove, con pensieri e situazioni nuove. Qualcosa è finito, ma ci dobbiamo rendere conto che qualcosa di nuovo sta cominciando e può e deve arricchire le nostre vite, e noi dobbiamo essere pronti, preparati e disposti ad accoglierlo.