Una parte dell'opinione pubblica americana, soprattutto quella repubblicana, si sofferma a parlare della crisi che ha colto l'Europa, avanzando critiche ma allo stesso tempo dimenticando che gli Stati Uniti non sono affatto immuni dai disastri che la crisi economica globale, da essi causata, ha prodotto da circa 4 anni a questa parte. Il fatto è che la maggioranza delle persone su scala quasi globale - esclusa quella percentuale di persone critiche che vorrebbero farsi portavoce di un'alternativa per uscire dalla crisi, percentuale ancora troppo risicata affinché possa avere un peso rilevante per la messa in atto di azioni risolutive - questa maggioranza, dicevo, fatica ancora a prendere il coraggio intellettuale a 4 mani per ammettere che, con una crisi come questa che è di tipo sistemico, o si cambia radicalmente il modello oppure difficilmente se ne potrà uscire. E sperare in una ripresa è inutile, soprattutto in paesi come il nostro dove la produttività è messa a repentaglio dalla mancanza di adeguati investimenti industriali, dove non si riesce a reggere la concorrenza fintanto che non verranno messe in atto politiche per una soluzione equa, giusta e lungimirante della gestione del costo del lavoro senza tutte le volte voler intaccare ed attaccare norme di civiltà a tutela dei lavoratori che potrebbero avvicinarci un pochino di più a paesi che hanno la fortuna di avere uno stato sociale ancora solido (ed anche salari più dignitosi dei nostri). E comunque anche lo stesso modello produttivista andrebbe rivisto e ridiscusso in virtù delle sfide ambientali dalle quali dipende la sopravvivenza del genere umano nei prossimi decenni a venire.
Fatto questo dovuto cappello, gli Stati Uniti, pur essendo divenuti un paese con un'economia parassitaria, la quale rimane suo malgrado ancora a galla grazie agli spalleggiamenti nell'ombra dell'economia cinese (l'economia di stato che, vedendo che i tempi non erano maturi per sconfiggere il capitalismo, ha messo in atto la strategia migliore dell'assorbimento e dell'incarnazione degli aspetti più evidenti, fondamentali e ahimé anche deleteri del capitalismo) rimangono ancora una nazione che esercita un certo fascino nell'immaginario collettivo perché molti pensano che siano il luogo dove certi sogni si possono ancora realizzare. Non sono qui per spendere parole d'elogio per l'America, affatto, sono e sarò sempre molto critico nei confronti di un paese che credo incarni ancora il capitalismo nella sua forma peggiore, più becera.
Scrivo queste cose perché parallelamente mi vengono in mente tutti quegli ebrei, in massima parte originari dell'Europa orientale che, agli albori del XX secolo, emigrando negli Stati Uniti, hanno successivamente fatto tanto per quel paese in termini di cultura, arte, letteratura, musica, cinema (lo spettacolo teatrale "Es iz Amerike" di Moni Ovadia fornisce un quadro utile sull'argomento). Si pensi ad esempio a Gershwin e ai Fratelli Marx.
E la mia mente torna a quel viaggio di 3 anni fa in Lituania - per tornare agli ebrei - la cui capitale Vilnius ospitava la comunità ebraica più importante di tutta l'Europa, successivamente dispersa e decimata dalla guerra e dalle persecuzioni naziste. Oggi si studiano itinerari cittadini per tornare sulle tracce, i lasciti e in generale su quel poco che resta di quel tempo, di quella cultura, per ricordare, per non dimenticare. Mi torna in mente l'allegro e scanzonato clochard che aveva il suo universo mondo in Pilies gatvė a Vilnius, via centrale cittadina e isola pedonale. Questo personaggio che ho soprannominato "il sindaco di Pilies gatvė" viveva - e mi auguro viva ancora - le sue giornate grazie alle offerte e alle birre che gli venivano gentilmente servite da gente di buon cuore, aveva tappezzato la strada di manifestini con la sua figura e la scritta "Kur tu Amerika?" ("Dov'è l'America?"). Ogni tanto si infilava in qualche androne di palazzo, saliva le scale e si affacciava ad una finestra o un balcone con un boccale di birra in mano e gridava "Aaameeeeeeeeerikaaaaaa!". Forse sognava di andarci ma non poteva perché era povero. E allora le sue giornate trascorrevano trasognate lungo questa animata via della capitale lituana. Perché, come recitava l'essenza di un film che aveva come protagonista Harvey Keitel ma di cui ora non ricordo il titolo, si può conoscere il mondo senza mai spostarsi dallo stesso luogo. Questa affermazione ha un qualcosa di taoista quasi, se volete approfondire vi consiglio di scoprire il filosofo cinese Chuang-Tzu attraverso gli scritti del poeta e saggista messicano Octavio Paz. Buona lettura, questo è cibo per la mente!
[...] Chi si fa in quattro pur di viaggiare, non pensa neppure che l'arte di vedere i cambiamenti è anche l'arte di restare immobile. Il viaggiatore che volge il suo sguardo dentro se stesso può trovare proprio qui tutto ciò che cerca. Questa è la forma più perfetta di viaggio; l'altra è in realtà una maniera molto limitata di cambiare e di contemplare i cambiamenti [...] Il grande viaggiatore non sa dove va; chi contempla davvero, ignora ciò che vede. I suoi viaggi non lo portano da una parte del creato e poi da un'altra; i suoi occhi non guardano un oggetto e poi un altro; vede tutto insieme. E' questa che chiamo contemplazione.

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